Hart Crane


CON TATTO POETICO

La poesia che segue è di Hart Crane,

tratta dal libro Atlantide, curato da Simone Maria Bonin e pubblicato da Thauma Edizioni, Pesaro 2014.

EPISODE OF HANDS

The unexpected interest made him flush.
Suddenly he seemed to forget the pain,–
Consented,–and held out
One finger from the others.

The gash was bleeding, and a shaft of sun
That glittered in and out among the wheels,
Fell lightly, warmly, down into the wound.

And as the fingers of the factory owner’s son,
That knew a grip for books and tennis
As well as one for iron and leather,–
As his taut, spare fingers wound the gauze
Around the thick bed of the wound,
His own hands seemed to him
Like wings of butterflies
Flickering in the sunlight over summer fields.

The knots and notches,–many in the wide
Deep hand that lay in his,–seemed beautiful.
They were like the marks of wild ponies’ play,–
Bunches of new green breaking a hard turf.

And factory sounds and factory thoughts
Were banished from him by that larger, quieter hand
That lay in his with the sun upon it.
and as the bandage knot was tightened
The two men smiled into each other’s eyes.

 

 

EPISODIO DI MANI

Un interesse inatteso lo fece arrossire.
D’improvviso parve dimenticare il dolore-
fece un accenno – e protese
un dito dopo l’altro.

O sanguinava il taglio, e un lampo di sole
che risplendeva fra le assi delle ruote,
cadde dolce e tiepido dentro il suo squarcio.

E mentre le mani del figlio del padrone,
abituate ai libri e alle racchette
così come al ferro duro e alla pelle-
e mentre le sue mani tese avvolgevano le garze
attorno al fitto letto del suo sangue,
le sue stesse mani gli parvero come ali di farfalle in fremito
alla luce del Sole fra i campi d’estate.

I nodi e gli intagli eran molti nelle mani
ampie e profonde strette alle sue gambe- e gli sembrava
bellissimo- eran come le impronte di un giocare
di piccoli cavalli selvaggi – chiazze di nuovo smeraldo
a rompere il manto duro dei prati.

E i rumori delle fabbriche e i pensieri del lavoro,
ogni cosa scomparve grazie a quel morbido e ampissimo abbraccio,
la stretta delle sue mani, con il sole che ne illuminava il dorso.
E come il tutto venne ravvolto i due uomini si guardarono
negli occhi e si guardarono i volti sorridendo.

 

foto (3)

 

Harold Hart Crane nacque il 21 luglio 1899 a Gerrettsville, in Ohio. L’unico figlio di Arthur e Grace Hart Crane. Nell’aprile del 1917 i genitori divorziarono. Crane decise di adottare il cognome materno “Hart” come suo primo nome e lasciò Cleveland per trasferirsi a New York, da solo. In breve tempo entrò nel giro di scrittori, artisti ed editori. Rimase a New York fino al tardo autunno del 1919. In quel periodo decise di ritornare a Cleveland per lavorare col padre e vivere con sua madre e sua nonna materna, entrambe parte del Cristianesimo Scientista, nuovo movimento religioso metafisico fondato nel 1879 negli Stati Uniti da Mary Baker Eddy. Scontri continui coi genitori e la mancata soddisfazione nel suo lavoro lo portarono ad abbandonare la fabbrica nel 1921 e a trasferirsi permanentemente a New York, nel 1923. In quegli anni si arrangia con ripetizioni in scuole serali; per qualche mese viene assunto come autore di testi pubblicitari ma si licenzia subito. Si trasferisce a Woodstock, ma i suoi periodi di impiego si fanno sempre più brevi e lo portano a non avere uno stipendio fisso. Si sposta spesso e non ha una stabile dimora. L’ispirazione per la sua raccolta più importante, “Il Ponte”, gli venne nel Febbraio del ’23, quando Emil Oppfer, suo compagno, lo invitò a vivere in un appartamento che dava sul ponte di Brooklyn, senza riuscire comunque a lavorarci come desiderava. “Edifici Bianchi” difatti comparve nel 1926 senza alcun accenno al poema. Fortunatamente Otto H. Kahn, nel 1926, gli garantì il pagamento di una piccola somma di denaro per lavorare alla raccolta, di cui gran parte venne scritta a Petterson e sull’Isola dei Pini, a Cuba. Grazie all’aiuto del padre riuscì a scrivere anche nel 1927. Completò l’opera nel 1929, nell’impeto improvviso che provò quando Caresse e Harry Crosby gli offrirono una pubblicazione. “Il Ponte” comparve nel 1930 e venne acclamato come uno dei migliori risultati poetici del tempo. Tra il 1927 e il 1928 Crane fu il compagno di un ricco invalido californiano. Nel 1928, alla morte della nonna materna, con i soldi ricevuti in eredita viaggiò in Inghilterra e Francia. Problemi di alcolismo lo perseguitarono tutta la vita. Nel 1930 a Parigi oppose resistenza ai pubblici ufficiali e venne arrestato e messo in carcere. Annota Harry Crosby in quegli anni “Crane torna da Marsiglia. Si porta a letto una trentina di marinai e ricomincia a bere il Cutty Sark”. Nel 1931, grazie ai soldi della Guggenheim fellowship, si trasferì in Messico, sperando di iniziare una raccolta su Cortez e sul culto della morte. Tornò negli Stati Uniti solo per il funerale del padre spendendo gli anni seguenti a Città del Messico. Peggy Cowley, ex moglie dell’amico Malcolm Cowley lo raggiunge. Sarà l’unica donna ad avere una relazione con Crane, ne nasce il testo de “La Torre Infranta” (…quel “lei la cui dolce mortalità mischia forza nascosta?”). Il 24 aprile 1932 si imbarcò da Vera Cruz per New York sulla S.S. Orizaba. Tre giorni dopo, il 27 aprile, si gettò in mare e il suo corpo non fu mai più ritrovato.