Nicholas Vachel Lindsay


CON UN PROFUMO D’INCENSO

Il tuo fantasma in vesti luccicanti tornerà

E brucerà un incenso immortale

N. V. Lindsay

 

La poesia che segue è di Nicholas Vachel Lindsay, tratta dal libro Congo e altre poesie, curato da Paola Roberta Berizzi e pubblicato da Thauma Edizioni, Pesaro 2014.

 

Incense and Splendor haunt me as I go.

Though my good works have been, alas, too few,

Though I do naught, High Heaven comes down to me,

And future ages pass in tall review.

I see the years to come as armies vast,

Stalking tremendous through the fields of time.

MAN is unborn. To-morrow he is born,

Flame-like to hover o’er the moil and grime,

Striving, aspiring till the shame is gone,

Sowing a million flowers, where now we mourn—

Laying new, precious pavements with a song,

Founding new shrines, the good streets to adorn.

I have seen lovers by those new-built walls

Clothed like the dawn in orange, gold and red.

Eyes flashing forth the glory-light of love

Under the wreaths that crowned each royal head.

Life was made greater by their sweetheart prayers.

Passion was turned to civic strength that day—

Piling the marbles, making fairer domes

With zeal that else had burned bright youth away.

I have seen priestesses of life go by

Gliding in samite through the incense-sea—

Innocent children marching with them there,

Singing in flowered robes, “THE EARTH IS FREE”:

While on the fair, deep-carved unfinished towers

Sentinels watched in armor, night and day—

Guarding the brazier-fires of hope and dream—

Wild was their peace, and dawn-bright their array!

 

 

Incenso e Splendore mi perseguitano mentre cammino.

Anche se troppo poche, ahimè, sono state le mie bravure,

Anche se non faccio nulla, il Cielo scende su di me,

E in rassegna passano le età future.

Vedo gli anni giungere vasti come eserciti,

Avanzare straordinari nei campi del tempo.

L’UOMO non è ancora nato. Nasce domani,

Come una fiamma affronta la fatica senza inciampo,

Lotta finché la vergogna se ne va,

Semina milioni di fiori, dove noi ora ci lagniamo—

Facciamo nuovi marciapiedi con una canzone,

Fondiamo nuovi templi, strade giuste abbelliamo.

Ho visto amanti su quelle mura appena costruite

Vestiti come l’alba rossa, oro, arancione.

Gli occhi brillano di gloriosa luce amorosa

Sotto le ghirlande che coronavano ogni re.

Le loro dolci preghiere hanno reso la vita grandiosa.

La passione è diventata forza civica quel giorno—

Ammucchia i marmi, fa cupole più giuste

Con lo zelo della brillante giovinezza senza ritorno.

Ho visto sacerdotesse di vita andarsene

Scivolando sul mare d’incenso vestite di seta—

Bambini innocenti marciare con loro,

Cantando in abiti fioriti, “LA TERRA È LIBERA”:

Mentre sulle chiari torri intagliate a metà

Le sentinelle corazzate guardavano, notte e giorno—

Controllando i bracieri di sogno e speranza—

Selvaggia era la loro pace, e il loro schieramento adorno!
 
 
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Nicholas Vachel Lindsay

Nicholas Vachel Lindsay fu un poeta e predicatore errante statunitense. Nato a Springfield (Illinois) nel 1879, abbandonò gli studi artistici all’Art Institute di Chicago per dedicarsi a lunghi anni di vagabondaggio in diversi paesi degli Stati Uniti, predicando quello che lui chiamava un “Vangelo della bellezza” e recitando i propri versi, a partire dalla sua prima opera del 1912 dal titolo Rhymes to be traded for bread. Dopo General William Booth (1913) la sua poesia innovativa, fondata sull’oralità recitativa del testo e sull’accompagnamento musicale della lettura, s’impone con The Congo (1914), in cui celebra la forza vitale dei Negri componendo i propri versi su un impianto ritmico di evidente derivazione afroamericana. Seguirono altre raccolte poetiche (The Chinese nightingale, 1917; The Daniel jazz e The golden whale of California, 1920; The candle in the cabin, 1926) e la realizzazione di alcuni saggi (The art of the moving picture, 1915; The Golden book of Springfield, 1920; The litany of Washington Street, 1929). Lindsay verrà considerato tra le voci più originali appartenute alla scuola della nuova jazz poetry, dove i suoi flussi poetici sembrano delle lunghe omelie blues che lo rendono un cantastorie di parabole, i cui versi sono tutti quanti uniti dall’elemento musicale-religioso. È opinione di Eric Hobsbawm che «il miglior documento di tale narrativa jazz resta ancora oggi il primo (riferendosi a The Daniel jazz), scritto da un poeta il cui modo di vivere fu tutto fuorché da letterato, anche rispetto agli standard americani». Il rientro di Lindsay a Springfield, nel 1929, segnò gli inizi di una grave crisi artistica che lo portò al suicidio nel 1931. La sua morte è così rievocata da Allen Ginsberg in una poesia del 1958: «Vachel, le stelle sono spente / l’ombra è caduta sulla strada del Colorado / una macchina arranca lentamente nella pianura / nella luce fioca la radio urla il suo jazz / il venditore affranto accende un’altra sigaretta / In un’altra città 27 anni fa / vedo la tua ombra sulla parete / stai seduto in bretelle sul letto / l’ombra della mano ti solleva una pistola alla testa / la tua ombra precipita a terra».